Connessioni

Ho freddo. Coprimi con i tuoi sogni. Riscalda la mia pelle. La neve disegna strane forme sui vetri della mia cucina e brilla di luce che neppure sembra vera.

Un treno sta compiendo il suo viaggio impossibile e certamente in qualche scompartimento di prima classe ci sarà un viaggiatore che alzandosi dai larghi sedili imbottiti stiracchierà le sue braccia appena svegliato dal sonno dopo la lunga immobilità del tragitto, la bocca impastata e una spiacevole sensazione.

Apro la finestra della stanza per ossigenarmi un po’ e anche l’uomo sta lì davanti al finestrino abbassato dopo aver dormito a lungo come me. Avvolto in un elegante cappotto blu e con lineamenti indecifrabili, gli occhi lucidi che non lasciano trasparire alcuna gioia. Ci unisce il comune renderci conto della non piacevolezza del tempo che passa nel corso di una giornata o degli anni. Afferra la valigia di pelle rossa come io stringo tra le mani la mia penna e scende dal treno con la sigaretta appena accesa tra le labbra e la mano calata nella tasca. Fuori dalla stazione, nella piazza umida, grigia, quasi del tutto vuota così come i miei pensieri. Fa siolenti domande per ricevere silenti risposte.

Ci allontaniamo insieme, io seduta al mio tavolo e lui con passi ritmati nè veloci nè lenti. E’ notte. I lampioni si accendono dapprima tremolanti, sfrigolanti e poi sempre più ardenti di luce sino a brillare tra la neve. La città è ormai alle spalle, abbiamo camminato tanto, fino a perderci,
Giunto ad una casa malmessa ne varca il portone e io sono là, davanti ai tanti ingressi chiusi da portine vecchie, bruttine e anonime. Bussiamo. La prima impressione è di ribrezzo. Una stanza dall’alto soffitto con le pareti ricche di muffa. La finestra nasconde le sue esili pieghe dietro una tenda miseramente rattoppata, fredda. Un tavolaccio ricoperto a stento da uno sporco telo quasi a velarne pietoso le sgualciture del tempo. Accanto al letto intravedo come un fantasma la mia lugubre espressione in uno specchio semirotto.

Estraggo dalla tasca dei miei larghi calzoni un sapone e dopo essermi lavata appena un po’ le mani lo passo complice all’uomo che comincia a rinfrescarsi le mani; mentre si asciuga si dirige all’armadio, un vecchio mobile traballante, reale, ma senza alcuna corona intarsiata. Le ante sembrano aprirsi da sole come mosse dal vento invisibile che scorrazza nei pensieri: è totalmente vuoto!

Prende il cappotto e lo allaccia sino al bavero. Spegne la luce e mi lascia noncurante lì ed io sento altri rumori oltre i suoi passi che attraversano il corridoio adiacente, non mi inganno, ne sono certa.  E’ un rumore nitido e perso nella memoria, un suono lieve, chiaro, metallico come quando un anello d’oro  cade in una ciotola d’argento. Cammino immobile nella stanza e, carezzando il tavolino, volto bruscamente le spalle al mondo e ritorno lentamente a casa accendendomi un’altra sigaretta scura e silenziosa.

Sono sola mentre ancora una volta l’uomo prova a raggiungermi scendendo le scale buie e facendosi luce con un fiammifero. Io sono lì ma forse neppure ci sono. Posa di nuovo il suo paltò sulal sedia che mi è accanto, accende la luce e il fioco calore è accecante e non vedo più nulla. Prepara il caffè per sorseggiarne da solo appena un po’ e spegne la lampada per accendere una candela. Finalmente! Adesso tutto è più chiaro!

Non so più dove sono. In quella stanza, nella mia cucina, nei miei pensieri.

Vedo che inizia a spogliarsi e ho pudore e voglia di guardare mentre indumento per indumento il suo corpo si denuda, si sveste degli abiti anonimi ma di stoffa robusta. Chiudo gli occhi, non guardo, eppure continuo imperterrita a sbirciare. Vedo che ripone il paltò nell’armadio: è sempre più vuoto. Solo una figura dal nulla, un essere piccolo e insignificante, un folletto il cui cuore smette per un attimo di pulsare per poi riprendere con battiti lenti, lievi e profondo. Sono lì!

Nell’armadio aperto, per caso, mi vedo completamente nuda con un braccio sollevato delicatamente e supllichevole verso l’alto quasi ad elemosinare di poter dire le parole più vere che nemmeno conosco. Vedo rispecchiarsi il bagliore della candela nei miei occhi e li vedo emanare a singulto un effluvio d’amore attraverso la bocca appena un po’ larga. Sorrido perchè mi accorgo che quella donna ha un’espressione dolce, quella che vorrei, come le labbra del sonno quando, dopo giorni di dolore, si posano sulla fronte. Come sempre le caviglie sono saldamente congiunte e le gambe strettamente accostate.

L’uomo non pare nemmeno stupito, lo sono più io nel notarmi là e qua nella dimensione impalpabile del sogno. Lui, attento, parla con gli occhi e non sembra attendere nessuna risposta alle sue domande e infatti non ne ottiene. Gli occhi di lei, cioè i miei, sono invece sottili e privi di espressione, muti e impenetrabili, rivolti a lui sfuggenti come volessero fissarlo. Iniziò a raccontare con voce calma e velata e lui sprofondò come un condannato alla sedia elettrica. La voce si accoccola a sedere nell’armadio e le braccia iniziano a cingere le ginocchia mentre la pelle, libera di esprimersi, comincia a luccicare. La voce narra con modulazioni silenti mentre la fiamma continua a danzare. Una voce stentata, amara e leggera. Un racconto tragico come un coltello conficcato in un fianco.

L’uomo attento solleva il telo grigio e proprio quel movimento semplice spontaneo fa si che la magia scompaia ed io ritorno qui seduta al tavolo della cucina con tutti i miei abiti addosso che ben coprono ogni angolo del mio corpo.

Sono sicura però che se vorrà mi troverà tutte le notti nel miracolo del sogno della vita dove ogni cosa assume la forma più vera. Sempre nello stesso armadio e sempre più vogliosa di narrare storie senza consolazione che si adagiano nel cuore come un dolce peso che ci fa nuotare nel mare quieto e beato dei ricordi.   Spesso lui, l’uomo, il vecchio, il bambino, si smarrirà ad ascoltarmi e certamente io, la donna, la vecchia, la bambina nel proporle. Il sangue trabocca in corpo e le mani si tendono verso qualcosa o qualcuno che finalmente non si ritrae.

Per molte sere, può darsi, non lo troverà più, ma certamente adesso che conosce il varco tornerà a starle accanto senza narrarle nulla per poi ricominciare fino a perdersi nelle fiabe.

Chi può sapere quanto durerà. Chi può sapere se questo sogno è vero. Chi può sapere se davvero un uomo si è svegliato su di un treno scendendo a casa mia. Chi può sapere se realmente si possono visitare delle ignote e ignare città o se , invece, noi tutti continuiamo a dormire nelle nostre case o negli scompartimenti di prima e seconda classe di un treno.

Non ha importanza. Ora esiste il presente. Ora è così. Non vi è alcuna certezza.

Ogni cosa deve rimanere nell’aria.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

The maximum upload file size: 2 MB. You can upload: image, audio, video, document, spreadsheet, interactive, text, archive, code, other. Links to YouTube, Facebook, Twitter and other services inserted in the comment text will be automatically embedded. Drop file here