La bibliotecaria.

La vedo incamminarsi ogni giorno con il suo passo lento, quasi trascinato. I piedi paiono non sollevarsi, fluttuanti, abbracciati, nei giorni di freddo, da improbabili stivaletti di pelo nero che la cingono fin sopra la caviglia mettendo in mostra il polpaccio che appena si intravede sotto una pesante gonna scozzese. Un giaccone male allacciato sopra un maglione dalle tinte sgargianti e il colletto della camicia in pizzo. Un’enorme sciarpa di lana grezza e grossa, il cappello calato sulla testa a coprire e riscaldare i mille pensieri.

Cammina con passi incerti, quasi ipnotizzata. Non pare curarsi del traffico cittadino, degli impertinenti clacson delle auto, dei passanti veloci e frettolosi che la urtano incessantemente. Lo sguardo diritto e spento. Vitreo. Non riesci a penetrarlo eppure ti trapassa come una freccia scagliata nel tempo e che attraversa ogni tempo.

Tra le mani una borsa piena di oggetti stravaganti e una torta, preparata la sera prima, incartata e infilata di traverso in una busta di plastica.

Sale ansimando la rampa verso il portone della scuola. Il volto mal truccato, l’incedere goffo ma pieno di grazia e nobiltà. Varca la soglia decisa e si avvia alla biblioteca.

Deve recuperare le parole dei libri. Deve organizzare i pensieri nelle sue frasi. Deve proteggere i valori di antichi miti. Deve valorizzare nuove idee feconde generatrici di altre nuove idee, e altre e altre e sempre le stesse.

Si siede in mezzo ai libri accatastati. Quelli mai sfogliati, quelli consumati, quelli bevuti in una notte. Segno di una sapere sistematico e assoluto di tutto ciò che è possibile esprimere in ogni lingua e in tutte le lingue. Il significato, l’ordine è quello che la ossessiona. Lì, immobile, lo cerca. Cerca l’inferno del significato. Eppure lei lo sa. Quando avrà organizzato, recuperato, valorizzato e protetto ogni tomo troverà il libro, il libro che contiene ogni libro. Il libro che contiene la verità, la risposta, la soluzione. La soluzione di tutti i libri.

Immobile, senza apparentemente fare nulla, si occupa di recuperare, organizzare, proteggere e potenziare le parole che escono dalla sua bocca confuse, irrisolte, caotiche.

Le basterebbe un solo volume, dalla forma comune, composto da un infinito numero di fogli. Un volume enorme grande come la stanza; un allucinante universo spazialmente infinito composto da sale esagonali, un alveare. In ogni pagina del libro trecentotrentadue libri di quattromiladieci pagine ciascuno. In ogni pagina quattrocento righe e ottocento simboli. Un volume composto da libri raccolti disordinatamente in tutte le sequenze e combinazioni possibili, sempre uguali e sempre diverse.

Immobile corre in ogni angolo del mondo, le persone che entrano ed escono dalla biblioteca le sono indifferenti, solo a volte alza lo sguardo incuriosita e tenta un approccio usando con l’interlocutore ignaro espressioni corrette e prive di senso apparente. Le parole paiono comporre casualmente frasi di senso incompiuto, dalla larghezza variabile. La biblioteca, e la bibliotecaria, sono infinite perché ogni libro e ogni pensiero si ripetono all’infinito, per infinite volte in un eterno ritorno.

Tra tutti questi libri e in tutti i suoi pensieri si deve trovare il libro delle Verità con le sue variabili e il suo opposto. È certa, ma è così difficile distinguere le falsità che si riescono a scrivere e a pensare.

Immobile sposta leggermente lo sguardo verso l’alto. Allucinazioni, false percezioni di una percezione senza oggetto in una assenza di luce o, forse, è solo lo scaffale della fuga dal reale. Sì, allucinazioni di senso e di nonsenso, un atteggiamento diverso dall’illusione di rispondere ad uno stimolo esterno esistente. È un meccanismo onirico, inconsapevole. Un’immagine che si sovrappone allo sfondo reale.

Dopo un secondo, o forse un mese, di certo un anno, lo sguardo volge alla finestra che a malapena fa intravedere l’universo e lì scorge un complesso semplice di alberi e colori che racchiudono tutto lo spazio del mondo, o del suo mondo, chissà, ma di certo tutta la materia e l’energia.

Se si gira pigramente, spostando solo leggermente il collo senza parere muoversi, verso destra e sinistra partono sequenze di vita e di pagine lette negli anni. Diverse inquadrature che non esauriscono la narrazione. Un insieme di istruzioni di comportamento. Una successione di esperienze sempre uguali in un elenco ordinato e costituito da infinite e immutabili successioni. Il rumore delle parole di un testo cantato e recitato in riti solenni e mistici a celebrare i misteri della vita, della sua vita. E poi la sequenza biologica, un DNA che contiene le informazioni genetiche, le informazioni parentali degli avi e dei posteri. Informazioni genetiche necessarie e indispensabili per lo sviluppo e il corretto funzionamento degli organismi viventi. Un codice. Il codice che in quel libro che contiene tutti i libri c’è già.

L’entrata di una farfalla smuove la sua bocca in un sorriso. È la casualità di un avvenimento imprevedibile che si verifica senza una causa definita o identificabile e contraddice ogni precedente teoria che assegna ad ogni avvenimento una causa precisa. La farfalla, un evento fantasioso, casuale. Qualcosa che avviene per cause non conosciute, scomposte, intricate. L’universo creato da un logos ordinatore dove tutto avviene per necessità poiché il caso è solo “ignoranza delle cause”. Sorride. La bibliotecaria sorride.

La sua voce infrange il silenzio e sussurra: “ ecco l’evento oggettivo che accade in natura e che si percepisce soggettivamente come fortuna o sfortuna ad opera degli dei. Ti saluto Aristotele è sempre un piacere vederti”. Le persone intorno a lei scuotono la testa. Si sa, le bibliotecarie sono strane. La voce si fa più alta e decisa: “Parmenide vieni in mio soccorso. Dillo tu il mio pensiero. La verità si fonda sulle coincidenze tra pensiero ed essere. E tu lo sai quanto l’essere è e il non essere non è”. Sospira: “è tutto un eterno ritorno, mio caro Friedrich. Il tempo è ciclico. L’universo nasce e rinasce in base a cicli temporali fissati e necessari, ripetendo eternamente il suo corso e rimanendo sempre lo stesso. Dov’è il libro?”. Stavolta l’urlo e silenzioso e nessuno si accorge delle sue parole.

Seduta sulla sedia immobile, compie mille gesti. Questa vita, come la sta vivendo e come l’ha vissuta dovrà viverla ancora una volte e innumerevoli altre volte e non ci sarà nulla di nuovo pur essendo tutto nuovo: un dolore, un piacere, un pensiero. Tutto vecchio e tutto nuovo; tutto scritto e tutto ancora da scrivere. Tutto va e tutto torna a te, nelle stesse caotiche e perfette sequenze e successioni. L’eterna clessidra dell’esistenza che si capovolge, e si capovolge, e si capovolge e tu con lei e con quel granello di polvere. Seduta sulla tua sedia circondata da libri sai che l’eternità implica ripetizione.

Hai provato ad urlarlo ma nessuno ti ascolta e allora immobile ti muovi velocemente cercando il libro, il libro di tutti i libri. Perché lo sai, su ciò di cui non si può parlare si deve tacere. Tutto è già stato scritto e tutto deve essere ancora scritto. Un eterno ritorno delle idee, dell’idea. Un eterno ritorno delle opere, dell’opera. Tutti i libri sono stati scritti anche quelli che ancora non lo sono stati.

Chiude gli occhi, è stanca, ha lavorato molto. Deve districare tutte le frasi senza senso.

Seduta sulla sedia si sentono perfettamente il rumore frettoloso dei suoi passi lenti attutiti dal silenzio della notte in pieno giorno. Lei tace perché non sente più alcun bisogno di parlare, il dono più bello è sentire il rumore delle pagine del libro che quel ragazzetto sfoglia. Il dono più bello è ascoltare. Ora, finalmente, si sente libera e può sperare di volare come la farfalla casuale. Ma deve trovare il libro.

Si dice che per comprendere le cose occorre guardarle dall’esterno. E lei sono anni che si esterna, o meglio, si estranea. Serve anche per la realtà. Per afferrare tra le mani il presente è necessario osservarlo con la dovuta cautela dal distante futuro, poggiando un piede nel passato. È un labirinto. È un viaggio. Cerca il senso e se ne trova priva. Ecco l’inferno del significato. L’inferno del cercare una risposta in questo caos infinito. L’inferno di cercare la risposta vera sull’esistenza di dio. L’inferno della ricerca della soluzione di tutti i problemi dell’uomo. In questi libri c’è, ma ci vogliono quattromila anni per trovare il libro della verità. “Mi ha detto, Jorge Luis, di stare attenta. Il libro è custodito con cura in questa biblioteca, una biblioteca labirintica, lo cercano affannati tutti gli uomini che vogliono conoscere la Verità; ma mi ha avvisata, oltre la verità c’è ogni sua pericolosa variante e perfino il suo contrario, la Menzogna”.

Sono passate tre ore da quando ha oltrepassato l’ingresso della scuola sino alla biblioteca e sembra un solo minuto o forse cento anni, chissà. Lei lo sa perché è una visionaria, percepisce le cose prima che siano chiare, senza nemmeno saperlo, le vede prima che accadono in una eterna ripetizione.

Nel suo particolare universo, la bibliotecaria, vive con due sensazioni opposte: la certezza che nella biblioteca ci sia il libro che può spiegare il senso della vita, della sua vita, e la consapevolezza che una sola vita non le basterà per trovare ciò che cerca.

Improvvisamente si alza in piedi e tra lo stupore generale urla: “ è meglio che qualcosa sia impossibile piuttosto che possibile ma destinata a non realizzarsi”. La guardano tutti con tenerezza, ma forse è pena, non a tutti è dato di capire. Non tutti possono leggere tutto.

È circondata da tante persone con tutte le loro finzioni eppure c’è tanta realtà da restarne stupiti, un’umanità intera con le sue contraddizioni. Guarda benevola i volti di chi la circonda. C’è chi è padrone del mondo in cui tutto pare possibile e nulla è proibitivo, nulla è limitato tranne il tempo e lo spazio che nella biblioteca appaiono angusti e polverosi quanto insufficienti; eppure il mondo è tutto lì, in quei libri. Ci sono poi gli alternativi, quelli che cercano soluzioni finite ma talmente numerose da sembrare quasi impossibili da trovare ed agire, esattamente come i libri della biblioteca. Quelli la cui scelta della vita equivale alla scelta di un libro piuttosto di un altro, obbligati a cercare il proprio libro, il libro che parla di se stessi, una ricerca di qualcosa che fa spendere la propria vita in attesa viaggiando senza mai giungere a destinazione.

Sorride afferrando la giacca; deve andare all’orologio, deve timbrare e avviarsi lentamente verso casa dove la notte preparerà un’altra torta che nessuno mangerà. Una torta improbabile con zucchero, sale, mele, ananas e salciccia. Si alza e si muove con cura, mette il cappello e guarda i suoi libri. Domani sarà di nuovo qui a cercare il libro. Ma il libro nasconde più significati, parlando tante lingue, idiomi diversi ed è forse per questo che è incomprensibile, difficile da trovare, si trova a pensare.

Le parole finiscono per essere la più grande delle illusioni, inaspettatamente mutevoli, la più grande delle finzioni. Ed è per questo che osserva in silenzio. Scoppia nuovamente a ridere, stavolta in modo fragoroso perché pensa che le parole, ironicamente, costituiscono l’unica possibilità di certezza umana. Quella certezza, quella perfetta comprensione e conoscenza, quella perfetta comunicazione teoricamente possibile ma concretamente irraggiungibile e inattuabile.

La bibliotecaria si incammina, timbra, esce dall’edificio, si volta e guardando ciascuno di noi alza un braccio, saluta e sorridendo grida: “Dopotutto, siamo a Babele”.

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