“Il tempo è come se non fusse”

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Il tempo è un vissuto soggettivo stabilito dalla tensione che produce un’esigenza, un desiderio, un bisogno sino alla sua soddisfazione.

Preoccuparsi del tempo è un mestiere. Il tempo passato è facile da leggere: uno si volta indietro e, potendo, dà un’occhiata. E poi, si sa, rimane sempre impigliato da qualche parte, a volte a brandelli in un ricordo. Un bottone ritrovato in un cassetto del comò, un vecchio biglietto di un treno, una persona che pur essendo un’altra te ne ricorda un’altra ancora. All’improvviso sei lì su quel treno con la camicia che ha perso un bottone insieme alla persona che ti accompagna e che qualcosa ti ha ricordato. E come se niente fosse sali le rampe della ragione (o del sentimento) e la porta del tempo si apre senza nemmeno tu te ne accorga.

A volte invece prendi un album di vecchie fotografie e ti accorgi che il tempo e la vita sono lì in quei rettangoli di carta cha pare rinchiudano gli eventi senza lasciarli uscire mentre la vita è gonfia e non riesce a stare chiusa in stretti confini. La vita è impaziente e vuole andare al di là di quel rettangolo ma la fotografia non lascia evadere la verità dai suoi pochi centimetri, chiusa nella sua rappresentazione.

Più difficile è il quotidiano che presuppone pazienza, testardaggine, costanza e soprattutto si confronta con il giorno-dopo-giorno della vita. Minuto dopo minuto. Minuti lunghi davvero nelle loro piccole ore.

Cosa guida il tempo?

Fu per caso che ricominciai a risalire quelle scale ed entrai nell’androne. Per curiosità. Per guardare. Si vede una porticina bacata da un tarlo sulla quale una targhetta insensata scritta a macchina appiccicata con del nastro adesivo dice: “Scelta del tempo futuro. Entrata libera”. Ovviamente entrai.

Tu cosa avresti fatto?

Il futuro è la nostra cultura che si basa su ciò che potremmo essere. Lo dice anche il Vangelo, detto con il dovuto rispetto: “Perché di noi sarà il Regno dei Cieli”. Tempo futuro, l’avvenire, perché il presente non basta mai e il passato è un disastro. Suonai il campanello e mi venne ad aprire una vecchietta un po’ zotica con una pezzuola nera sul capo e una vistosa peluria sul labbro superiore, uno sguardo opaco e un volto apparentemente ottuso. Mi disse: “Entra e mettiti a sedere, c’è una seggiola che ti aspetta da tempo”. Davanti a me il nulla, se non uno strano tavolino su cui un telefono, del tutto fuori luogo, suonò un paio di volte. La vecchina non rispose. Dalla finestra si intravedeva un giardino pieno di erbacce e dà lì un raggio di sole illuminava una carta dell’universo. Esiste la carta dell’universo? Certo che no. Ma il nostro mondo ha tentato di disegnarlo. È in espansione, dicono. L’idea del futuro mi parve nebbiosa. Ma è stato così che sono entrata nel gioco. Nessuna ricerca dell’IO più profondo. Solo la concentrazione sul desiderio più profondo, quel punto lì e basta.

La vecchina mi disse: “Dipende”. Mi sono dimenticata di scrivere che la vecchina raggomitolata in un cantone della stanza alle mie domande sul futuro aveva risposto: “Dipende”. “Dipende da cosa?” mi trovo a replicare. E lei, come una che la sa lunga, fa un cenno con la mano come per dire vai e poi te ne accorgi. E bisbigliò: “Dipende da come vivrai il tempo mentre varchi la soglia”.

Una situazione assurda, una stanza scrostata e quella vecchietta con la peluria sotto il naso. Sentivo salire l’irritazione, soprattutto con me stessa, come quando ti cacci in una situazione stupida, capisci che sia stupida e vorresti uscirne subito perché sai che per quanto insisterai ad affrontarla tanto più diventerà stupida risucchiandoti in una stupidità senza via di uscita. L’avevo capito al volo ma, come una stupida, replicai: “Abbiate pazienza signora, ma se io, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali decidessi di varcare la soglia del portoncino con la scritta TEMPO FUTURO, io questo tempo lo vivrei in tutta la sua scansione. Mi spiego?”. La vecchina sorrise di un sorriso furbo, si toccò la fronte con l’indice e tacque. Mosse le dita ad imitare il vento e disse con un sorriso ironico: “Il tempo è alato. Il tempo è alto. Tu credi di attraversare il tempo ma è lui che ti attraversa”. E mi fece il gesto di andare, se avevo il coraggio. Era un gesto di sfida, lo capì subito. E fu per questa sfida, perché non volli rinunciare a questa stupida sfida, in quel luogo stupido, con quella vecchia stupida. Certo non credevo minimamente a quei suoi trucchi da baraccone di fatti per spillare qualche soldo ai gonzi di passaggio. Eppure depositai una banconota in un cesto pacchiano foderato di rosso, impugnai la maniglia della porticina, chiusi gli occhi come voleva il foglietto delle istruzioni e varcai la soglia con la gamba destra.

Buon appetito, questo vino non è niente male, è l’ultimo che avevo in cantina”. La persona che mi accompagnava sul treno del ricordo ora è lì davanti a me e sorride, mi fa sedere a tavola. “Ho fatto i pomodori dell’orto e ho messo il timo che cresce sotto la pergola della casa”. Sono in un tempo non tempo. Ma il tempo è logica e avanza con la giusta scansione. Il tempo scorre come deve scorrere, perché questo è il giusto metro del tempo, della vita, della favella. Eppure il tempo è rotto e continua a girare in un circolo forzato finché non si aprirà in un punto ignoto, che non è di un’altra vita ma di questa. Perché non è da altri tempi che ci si parla ma nello stesso tempo anche se a volte ci pare appartenere ad un’altra orbita in un tempo diverso dal nostro.

Ed è per questo che mando un saluto impossibile, come chi fa cenni da una sponda all’altra del tempo, sapendo che non ci sono sponde. Davvero, non ci sono sponde, c’è solo il tempo. Prima non lo sapevo, ma c’è solo tempo, vorrei gridarlo: c’è solo tempo. Ora lo so.

Che stupida. Mi preoccupavo tanto delle sponde e, invece, c’è solo il tempo.

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