Lettera dal tempo

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Monsieur, mio caro Amico,

come vanno le cose? E, soprattutto, cosa le guida? È una frase che ho letto in uno dei mille libri che hanno sostato sul mio comodino e ora ci sto pensando. Siamo noi che cerchiamo o siamo cercati? Anche questa è una cosa su cui riflettere. Uno vaga, la sera, per strade e caffè; vagabonda a caso, come capita a me che soffro d’insonnia e vado qua e là senza logica, mi attardo, cammino. Classico caso di “homo melancholicus”. Durer ha disegnato la malinconia seduta. È evidente, per la malinconia ci vuole una sedia. Ma la mia malinconia è differente: è una malinconia mobile.

Siamo a fine di novembre. I lampioni sfrigolano e mettono in risalto il giallo delle foglie degli alberi. Ho ripensato al verso di una poesia: “il giallo attuale che le foglie hanno”. Attuale: ciò che è ora e non è subito dopo, ciò che trascorre. Proprio per questo ho riflettuto sul tempo e sul mio trascorrere attraverso esso. Mi rivedo. I miei passi andavano svelti seguendo un itinerario guidato, ma non lo sapevo che fosse guidato. Me ne sono accorta ora, dopo aver attraversato il Centro.

Faccio così da molto tempo. Rientro a piedi e spesso a notte fonda. Lungo il Baluardo che abbraccia la città c’è un caffè che frequentavo un tempo, quando sognavo di diventare cantante d’opera e prendevo lezioni da un vecchio tenore. Sorrido considerando che Puccini era la mia passione. Cantavo: “Un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo..”, e dalla bocca uscivano nuvolette di fiato e sbuffi di Marlboro. Forse ideogrammi musicali. Seduta in quel caffè sognavo mondi possibili. Credevo e credo ancora nelle avanguardie. È bello pensare che siano state rivoluzionarie. Esteticamente, intendo.

Al mattino un vecchio professore di filosofia mi parlava, nella mia abissale ignoranza. Non sapevo cosa dicesse, eppure mi affascinavano i mondi lontani che si suppongono di là dell’oceano della vita, su una sponda remota. Ieri, lenta ma veloce, sono arrivata, con i miei passi notturni, a quel piccolo caffè. L’ho trovato uguale a quello di una volta. Non sono salita.

Mi vesto in maniera diversa, la musica che ascolto è diversa, ma il volto è lo stesso, con gli occhi e gli stessi sguardi. Ho pensato: ”la musique avant toute chose”. Mi siete venuto in mente Voi, Monsieur. Non posso dire impunemente le parole, perché la parole sono le cose, ormai dovrei saperlo, alla mia età e con tutte le cose che sono successe. E invece le ho dette, senza pensare alle impunità. E Voi, Monsieur, siete apparso sul balcone. Io vi guardavo dal basso e Voi mi guardavate dall’alto. Vogliamo abbellire i ricordi? La memoria è qui per questo. Forse stavo solo attraversando un campo di lavanda e sul limitare del campo c’era solo una casa di pietra grezza presidiata dai girasoli. Sono confusa? Ebbene sì, sono confusa. Ma Voi,Monsieur, sapete bene che tutto è confuso. Sto solo cercando di disporre tutto questo confuso in un ordine più o meno plausibile. Vi prego di comprendermi. Fu un abbraccio lungo, pausato, quasi immobile.

Le finestre a volte hanno delle imposte e si aprono su orizzonti più larghi di quelli reali. Vi confesso che È la finestra della mia testa e non voglio buttare via nulla. Avrei dovuto fermarmi? Forse. Può darsi. Chissà. Ma tutto scorre e niente sta fermo, diceva quello. E in quel preciso momento in cui stavo pensando tutto questo, caro Amico, è successo un miserabile miracolo, uno di quelli che la vita ci riserva affinché possiamo intuire qualcosa di ciò che fu, di ciò che potrebbe essere e di ciò che potrebbe essere stato. Un suggerimento che è necessario cogliere al volo come fosse profezia postuma di una Sibilla superflua.

Mi volto e un ragazzo si alza da un altro tavolino, di un altro caffè, in un altro momento, in un’altra città. Lo guardo. Si dirige al mobiletto delle musiche e infila una nastro. Trenet con voce struggente canta: “Quel reste-t-il de nos amours, que reste-t-il de nos beaux jours, une photo…”

Solo in quel preciso momento mi accorgo che sul tavolino davanti a me, in bella vista, una cartelletta azzurra legata con un nastro bianco sul quale c’è scritto “Forbidden Games”. La apro, con movimenti cauti e lenti come in una cerimonia antica che mi aspettava da anni. Dentro c’è una fotografia di un uomo al balcone. E quell’uomo siete Voi, mio caro Amico, o forse non lo siete ma lo siete perché siete un uomo. Sul retro di quella foto una calligrafia minuta e ordinata, che riesco a decifrare a malapena, ha scritto questa lettera indirizzata al sé stesso che scrive, e con lui a me, e a Voi ora. Una lettera senza bottiglia che ha navigato in chissà quali diaframmi del mondo e nel tempo per approdare qui, su questo tavolino sporco di cerchi di bicchieri di questo piccolo caffè.

Ho capito che dovevo sostituirmi ad un chirurgo toracico e aprire un petto: il mio. Devo estrarre un’essenza che dia un senso non all’aorta ma ad una biologia diversa, lontana dalle cellule, che fluttui in qualche altrove dove non si devono incontrare la vita e la scrittura, la biografia e la letteratura, ma semplicemente la vivavoce, che in quanto tale, muore appena detto.

No, mio caro, non è l’indicibile di filosofi anoressici, non è la leggerezza che vorrebbero lasciare in eredita ai posteri, se mai ce ne saranno, certi scrittori di questo mefitico millennio, che hanno sprecato il loro talento e immaginazione, scrivendo a beneficio di manuali di narratologia. Niente di tutto questo, “vous comprenez sans doute”. Sono le nuvole, caro Amico. Le nuvole che sempre coprono il volto della luna, che si allontana sempre di più, anche se vi hanno infilzato una bandierina a stelle e strisce come uno stuzzicadenti sulle olive di un cocktail. Vi prego non interpretate queste mie farneticazioni notturne quali patetiche dichiarazioni di poetica. Interpretatele in modo essenziale. Anzi, fe-no-me-no-lo-gi-co. Perché il poeta è un visionario e il resto è nuvole. I pentimenti, i risentimenti, i rammarichi sono come il granturco sotto le ginocchia, non si usano più. “Un mea culpa macchiato caldo, grazie!”, ordino. E poi la scienza, grazie alla quale gridare le nuove eureka. E la leggerezza, come un lanciatore di giavellotto che corre scalzo sul prato di Olimpia, che eleganza. Oppure la Vita, la vita raccontata ad una finestra e da una finestra.

Ma la vita di chi? E con quali accorgimenti? E se ci limitassimo ad attraversare quel campo di lavanda o di girasoli?

Faccio un passo indietro. Io ero attonita, quasi perplessa mentre tenevo in mano quella lettera trovata in quella non bottiglia che qui trascrivo per Voi.

“Giocavi nel cortile di una casa, era estate, ti ricordi? Tutto quel verde intorno, ti ricordi? La fontana, una brocca, un balcone. Passavi di là ignaro come tutti i passanti, attraversavi qualcosa senza sapere cosa. E te ne andavi verso un altrove. Doveva esserci un altrove, pensavi. Ma era vero? Le nuvole che cambiano forma senza sosta volteggiano nel cielo e viaggiano senza bussola. Stella Polare. Croce del Sud. Seguiamo le nuvole. Raccogliamo la sfida. Come si fa questo gioco? Nembo, cirro e cumulo; sono questi i giocatori che schiera la squadra avversaria. Il primo arriva. Fu un aspro duello, illustre cavaliere. Il tuo coraggio fu senza pari, e ineguagliabile la tua bravura, magnifica la tua generosità nel difendere nobili ideali. Tagliasti le gambe al feroce nembo che lanciava tuoni e fulmini. Facesti ruotare come una palla pazza il cumulo tondeggiante che adattava ogni cosa alla sua rotondità. E il grande cirro, la cui panna montata riempiva il niente, si diede alla fuga. Nobile cavaliere, che battaglia! E tutto questo senza armatura. Poi te ne andasti verso altri altrove, fragile ma forte, solido come una roccia e tuttavia in equilibrio instabile. Viaggi sentieri che si biforcano, cammini, mari mai prima navigati. Andavi leggero, la tua pietra vacillante, cavaliere senza macchia e senza paura, con tutte la paure del mondo e tutte le macchie solari. Sarebbe bello che tu avessi vinto la partita, disse lo zingaro cieco. Sul giornale di stamattina leggo che se rispondi alla domanda più difficile del Grande Concorso e padroneggi gli eventi riuscendo a diventare punto di riferimento di tutti e di te stesso, vinci 28 punti e un viaggio a Zanzibar. Inoltre, almeno per questa settimana l’influsso di Urano è positivo. Se vuoi conoscere le previsioni del tuo oroscopo, lo vendo per due soldi.

È un oroscopo scaduto, puoi leggerlo a ritroso fino all’epoca in cui giocavi in un cortile di una casa.

Era estate, ti ricordi?”

Sulla panchina di una stazione il palloncino dimenticato da un bambino ondeggia e le imposte della finestra sul balcone si sono chiuse”.

Mio caro Amico vorrei poterVi dare un appuntamento in caffè che non sia quello sbagliato. Lo devo cercare ma non so dove si trovi. Non è un comune caffè è il Caffè con la maiuscola. Immagine eterna e immutabile.

Un invariabile “Forbidden Games” che ci impone il nostro Attuale.

 

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