CIO’ CHE E’, E’. CIO’ CHE NON E’, NON E’.

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Ti ho incontrata lungo i viali della mia città pigra. Elegante nel tuo incedere deciso. Ti muovevi come se non ti importasse nulla della gente che ti passava accanto e che abilmente evitavi sul quel marciapiede affollato. Io sul mio autobus traballante. Filari di gelsi che conoscevo a memoria. Quella sera, dopo il lavoro, avevo trovato posto vicino al finestrino volevo guardare fuori. L’aria ghiacciata sembrava fumo, la luce fioca illuminava appena il paesaggio e il terreno ghiacciato. Il vetro del finestrino era striato dal gelo; impossibile vedere fuori, eppure ti ho vista. Ho seguito con lo sguardo curioso il tuo passo sulle scale, procedevi veloce. Volevi di certo arrivare al parco lì vicino. Ho notato sulle tue scarpine due macchie, come due piumini di cipria. Sono sceso dall’autobus e come un pazzo ho iniziato a cercarti. E ti ho trovata rannicchiata su una panchina, con l’aria svagata. I nostri sguardi si sono incrociati per un lungo istante durato un minuto e ho capito subito che eri mia e tu mi hai sorriso.

Ti ho preso sottobraccio e ti ho invitata a casa mia. “Una cena senza impegno”, ti ho detto, “Ho pensato di fare del pesce; è una ricetta di una vecchia zia. No, no, nessun favore, nessun privilegio”. Ero grato non mi facessi domande e mi hai seguita complice. Ti ho aperto il portone del fabbricato, ti ho fatto salire le scale della mia palazzina. “Veloce, veloce ti prego, non farti vedere”, ho sussurrato.

Ti ho aperto la porta della mia povera casa e tu ti sei accoccolata subito sulla poltrona di damasco rosso che era stata di mia madre. Quanto eri bella mentre mi guardavi prepararti il cibo e io ero così felice di vedere la gratitudine nei tuoi occhi. Ad un tratto ti ho sentita sfiorare le mie ginocchia, pensavo l’avessi fatto casualmente invece ti strofinavi a me. Ho provato allora, così per saggiare il terreno, a far cadere il mio braccio verso di te in una carezza fuggevole, solo con la punta delle dita , non ti sei ritratta. Faticavo a contenere la mia emozione. Il contatto era stabilito. E ho iniziato a parlarti di me, della mia povera e intensa vita. Ho parlato a te che di te non dicevi. Ridendo ti ho preso la testa tra le mani e ti ho detto: “Ti chiamerò Selene. Si, Selene perché sei un essere divino e sei luminosa come la luna”. Hai fatto un verso deciso, da femmina emancipata che adora la sua indipendenza e i suoi punti di vista originali che non sempre possono piacere. “No. Ti si addice più Vanessa perché possiedi il vanitoso candore di un cigno circondato da numerose farfalle dalle livree a colori vivaci”.

I giorni sono passati e siamo diventati sempre più complici, sempre più vicini. Adesso non hai più paura e ti accoccoli con me sul divano. I nostri cuori battono all’unisono, ci rannicchiamo vicini e guardiamo fuori dalla finestra della mia soffitta. Mi hanno quasi accecato la luminosità dell’aria, le giornate di cielo limpido in cui la natura imita i grandi paesaggisti, le tegole dei tetti delle case vicine sembrano cariche di nuovi colori mai visti, i monti spolverati di bianco.

Ti avevo preparato un letto a baldacchino sorretto da quattro colonne di metallo. “Una regina di Spagna sei”, ti avevo detto, ma tu non lo hai mai degnato di uno sguardo. Correvi nel mio letto e ti facevi sempre più vicina e il tuo calore scaldava il mio cuore. La tua bocca sul mio collo. Ti ho accarezzato il viso che nessuno ha mai sfiorato portando il tuo ricciolo ribelle dietro le orecchie e ti ho guardato. Nessuno ti avrebbe trovata così bella con quel tuo corpo troppo magro.

Ogni mattina uscivo per andare al lavoro ma il mio pensiero era sempre con te. Che farai? Cosa pensi? Dove sarai? Sarai ancora lì ad aspettare? Al suono della campana, timbravo il cartellino e galoppavo di corsa, salivo sull’autobus, scendevo affannato, aprivo il portone e salivo le scale due a due, spalancavo l’uscio e ti trovavo lì, sul divano, in attesa. Solo allora ti muovevi sinuosa e mi venivi vicina e carezzandomi mi dicevi: “Sei tornato? È tanto che ti aspetto”.

Eppure un giorno il bel sogno è svanito .

Ti sei fatta scoprire dagli odiosi vicini.

E nella mia casa è severamente proibito tenere gatti. Specialmente di sesso femminile…

QUELLO CHE SEMBRA,

NON SEMPRE E’!

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Maurizio Bernardi
Maurizio Bernardi
2 mesi fa

Grazie Teresa per questa geniale metafora di quanto siano ingannevoli le nostre certezze di aver compreso le cose ( o le persone) che ci circondano, fino al momento del disvelamento della loro reale natura.
E’ una riflessione valida anche per le provvisorie “certezze” della scienza, che nel tempo, si rivelano essere solo approssimative immagini di una sfuggente realtà.
Complimenti per lo stile letterario che ho molto apprezzato.

Teresa
Teresa
2 mesi fa

La ringrazio per l’apprezzamento. La precarietà della conoscenza ci dovrebbe spronare a “metterci in gioco” modificando punti di vista e cambiando prospettive. Un saluto e buona “ricerca” a tutti noi.

Francesca Viani
Francesca Viani
1 mese fa

Dolcissimo racconto….ora chi è ancora più solo so che trova conforto alla sua solitudine grazie agli amici animali..❤

Alessia
Alessia
1 mese fa

Ci ho creduto, fino alla fine,con il fiato sospeso. Credo sia un segno, quando una scrittura è molto buona. Brava Tere! Grazie😘

Nicoletta
Nicoletta
1 mese fa

Descrizione perfetta del rapporto che può nascere tra uomo e il proprio animale domestico, solo chi ha avuto e ha la fortuna di avere una così bella esperienza, leggendo queste righe riesce a rivedersi. Complimenti!!